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TEMPO DI GUERRA : GLI AIUTI AMERICANI

Nel dopoguerra gli aiuti americani furono veramente copioso e mirati. Nella mia memoria sono rimaste impressi alcuni generi di prima necessità sconosciuti a noi ragazzi del Sud: la farina latte con cui fare la zuppa la mattina, le palline trasparenti di fegato di merluzzo da dare come ricostituente ai bambini e lo stoccafisso affumicato, che mamma lessava per farcelo mangiare più volentieri. Erano generi che facevano parte dei cosiddetti pacchi che il parroco, D. Umberto Altomare, distribuiva il pomeriggio di domenica nel salone dell’Azione Cattolica. Poi c’erano ancora i cubetti di formaggio morbido, le scatolette di carne e quelle di pesce, i salatini e le scaglie di sapone per lavarsi le mani. Per i più grandicelli i fogli con sopra disegnate le case che il Piano Erp (ovvero il Piano Marshall) avrebbe costruito al posto di quelle bombardate durante la guerra. Passavamo interi pomeriggi a ritagliare le casette di carta e a costruire il nostro villaggio immaginario, che una volta diventati grandicelli vedemmo realizzati alla periferia del paese, sotto forma di case popolari. Accanto agli aiuti distribuiti dalle istituzioni c’erano pure quelli dei parenti americani, che arrivavano per posta. Pacchi cuciti nei sacchi di stoffa contenenti di tutto e di più: pantaloni, cappelli di lana, camice a scacchi, scarpe, giubbe e perfino brachessine, che le nostre mamme non indossarono mai. Anzi ci scherzavano, indossandole sopra i vestiti tanto erano extralarge. Tutta roba dismessa dai parenti d’America che ora mandavano ai loro congiunti oltreoceano. Un modo come tanti per dimostrare solidarietà.

Saverio Basile – San Giovanni in Fiore

Da Il Giornale 13.11.2018