GNURAMIENTO PER DIVERTIMENTO

di Franco Gallo

C’era un modo di divertirsi un tempo nel nostro paese che a pensarci bene era di una semplicità assoluta. Ma erano i tempi in cui il telefono lo avevano solo il Comune e i Carabinieri, la televisione era di là da venire e internet era un nome astruso, ammesso che qualcuno lo avesse mai pronunciato prima. E così ci si prendeva in giro tra compagni di scuola, tra ragazzi del vicinato o addirittura fra parenti. Ricordo che al mio compagno di banco , che si chiamava Totonno Tallarico, andavo canticchiandogli nell’orecchio, quando il maestro si allontanava per andare a fumare la fatidica sigaretta, che oggi grazie a Dio, è bandita a tutti gli effetti: “Talaricu, Talaricu, ccu lla pezza allu villicu” e lui per tutta risposta mi appostrofava: “Gallu, gallina e pure pullicinu“, cercando di sminuire la mia persona. E si andava avanti nel tempo, quando altri compagni si univano a noi, chiamando in causa altri ragazzi che avevano cognomi che si prestavano a questi insoliti gnuramienti: “E Granatu e Granatu lu rievulu t’é canatu” e per tutta risposta diceva “Rìcia farina e la Maronna t’é parrina“, ancora “E, Iaquinta e Iaquinta fa la quarta e fa la quinta?“. Mentre per gli innumerevoli Spadafora la filastrocca sconfinava oltre il lecito: “Spadafora, Spadafora caca ntra e jetta fore“. Neppure le donne di nome Caterina gradivano più del dovuto la cantilena: “Catarina, catarogna nu maritu t’abbisogna; t’abbisogna ppe nna settimana, Catarina ‘a ruffiana”. I ragazzi di statura bassa venivano immancabilmente indicati come “Tummapinu, Tummapinu, ccu nna scarpa e nu tappinu” e quelli più delle volte rispondevano con il lancio di sassi, che mettevano in fuga i “dispettusi”. L’unico a prendersela con filosofia era “Ventura, Ventura, è miegliu mò c’a antura“. In fondo – forse – era l’unica filastrocca potiva sulla bocca di noi ragazzi.

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